Da fiamma sì gentil nasce'l mi' ardore

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General information

Author: Virginia Martini Salvi, 1553 in Il sesto libro delle rime di diversi eccellenti autori..., In Vinegia, al segno del Pozzo. pag. 110-112.

An Ottava rima with 14 Stanzas. Each stanza ends with a verse from Petrarch's sonnet Pace non trovo, e non ho da far guerra.

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Text and translations

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1  Da fiamma sì gentil nasce'l mi' ardore,
Ch'in me si faccia eterno io sol desio,
Il laccio, con che l'alma avinse Amore
È tal, che in piacer volge il martir mio,
Questo sol mi tormenta, e affligge il core
Non poter torre altrui quel timor rio;
Questo la mia dolcezza turba, e atterra
Pace non trovo e non ho da far guerra.

2  Rapace, ingorda ee velenosa fera,
Seme, che spegni ogni dolcezza mia,
De gli altrui danni sol ti godi, e altera
Te'n vai troncando il ben ch'altrui desia,
Felice, è chi da te fuggire spera,
O infernal furia, o iniqua gelosia,
Che in te pensando mi consumo, e sfaccio,
E temo, e spero, et ardo, e son un ghiaccio.

3  Amo, e non nacque del mio Amor già mai
Questo verme crudel ch'altrui divora.
Amo, quant'amar puossi, i santi rai
Del mio bel Sol, che nostra etade honora,
Né mai tal doglia nel mio cor gustai,
Che tanto altrui, quanto se stesso accora
E pur Amor sue forze in me disserra
E volo sopra'l Ciel, e giaccio in terra.

4  Da l'altrui gelosia nasce il tormento
Che del caro mio ben, lassa, mi priva.
Questa sol mi disface, et ha già spento
L'humor, che questa spoglia tenea viva,
Ella mi tolgie il dolce, e bel concento
De le parole ov'io già mi nudriva;
Et è cagion, ch'io mi consumo, e taccio,
E nulla stringo, e tutto'l mondo abbraccio.

5  Sì mi vince talhor l'aspro martire,
Che per mio minor duol corro a la morte
La ragion poi mi sveglia, e prende ardire
E a l'empio mio desir serra le porte,
E dice ahi lassa, vuoi dunque finire
Tua vita in così dura, e acerba sorte?
In questo van soccorso il pensier erra,
Tal m'ha pregion, che non m'appre né serra.

 

6  O effetto rio, che'l più felice stato,
Che goder possa alma d'amore accesa,
Col velenoso tuo tosco hai turbato
Rotta la sua bellezza, e l'alta impresa,
Havess'ancor'il debil fil troncato,
E a la prima madre l'alma resa,
C'homai da me la vita, ond'io mi sfaccio,
Né per sua mi ritien né scioglie il laccio.

7  Amor, non volev'io, che'l mio gioire,
Senza, ch'a te piacesse fosse eterno.
Con la tua aita al Ciel sperai salire,
Ché senza te non ho guida, o governo,
Et se pur sai, che tal fu'l mio desire
Perch'infondi nel cor'il duolo interno?
Ahi mia già lieta speme, hor sei sotterra,
E non m'ancide Amore, e non mi sferra.

8  Non mi sferra il crudele, e non m'ancide,
Non mi da morte, e non mi tiene in vita,
Mostra troncar, lo stame, e non recide,
Tormenta l'alma, e mostra darle aita,
Del misero mio stato io piango, ei ride,
Con queste amare tempre tiemmi unita,
E così mesta mille morti faccio,
Né mi vuol viva né mi trahe d'impaccio.

9  Poi che la vista del mio caro Sole,
Gelosia altrui, pront'al mio mal, m'ha tolto,
Risuonan'anco in me quelle parole
Che dal basso pensier m'hanno'l cor sciolto,
Ne l'alma ho sculte quelle luci sole,
Sostegno mio, è'l vago, e dolce volto,
E seco del mio duol piango, e sorrido,
Veggio senz'occhi, e non ho lingua, e grido.

10  Senza lingua grid'io, senz'occhi veggio,
Quel ben ch'oggi al mio Sol posseder lice,
Fin ch'ivi ho'l mio pensier altro non chieggio,
Che'l possessor di quel tropp'è felice.
In tal pensier, fra me stessa vaneggio
Et se goder il ver mi si disdice
La mente mia col falso tiemmi in vita,
E bramo di perire, e chieggio aita;

 

11  L'alta cagion del mio fermo pensiero
Mi porge per salire al Ciel le scale,
E mi conduce a quell'oggetto vero,
Ov'è l'opra infinita, et immortale;
I sensi frali poi da quel sentiero
Mi tolgono, ond'io lassa, vengo a tale,
Ch'io fuggo'l Sol, e i chiari raggi sui,
Et ho in odio me stessa, et amo altrui.

12  Misero stato de gli amanti, in quante
Morti si vive, e in qual tormento, e morte?
Un dolce riso fa gustar le tante
Amare pene dolci; e se per sorte
Il suo bel Sol si vede irato innante
Apre il pianto al dolor le chiuse porte,
Et io, che in queste tempre oggi m'annido
Pascomi di dolor, piangendo rido.

13  Fuggir devriansi, se fuggir si puote
D'Amor i lacci, e le lusinghe amare,
Amare, poi che son di fede vote,
Larghe promesse, e sol d'effetti avare
Per un piacer mille dolor percuote,
Entr'al cor lasso, e anche a me fur care
Le lagrime, ch'al duol davano uscita.
Hor mi spiace egualmente, e morte, e vita.

14  Satio del tormentarmi Amore stassi
Lo stato mio mirando interno, e fiso,
E vede gli occhi miei di pianger lassi,
E l'imagin di morte entr'al mio viso.
Son questi i merti ch'a' suoi servi dassi
Amor, poscia c'hai'l cor di pene anciso?
Io per men doglia ir brano a i Regni bui,
In questo stato son, mio ben, per vui?

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